lunedì 15 luglio 2013

TEN - you can't get ten out of ten


Dieci. a trentanove giorni dal ritorno mi imbarco sul numero dieci, un po' per dare un senso a queste giornate estive passate a far finta di studiare, un po' per una scommessa-promessa fatta con un amico.
Dieci è un numero che non mi è mai piaciuto, a dire il vero. E va bene così. Dieci, amaro come il ritorno. 
Per sorridere un po' direi di iniziare dal ritorno in senso pragmatico. pragmatico come le quattro felpe e due paia di pantaloni che ho tenuto addosso per più di ventiquattro ore. E credetemi che arrivare ad LAX e doversi traferire dal gate nazionale a quello internazionale vestiti così "leggeri" non è niente piacevole. insomma, una gincana (gara all'aperto nella quale i concorrenti devono percorrere un tracciato tortuoso e reso impegnativo da ostacoli, nel più breve tempo e con il minor numero di penalità possibili - wikipedia) di dieci miglia lottando col tempo, con i due bagagli a mano, borsa del computer, cuscino da collo, e cuscino a forma di unicorno (sì, mi hanno presa particolarmente seriamente) e magari scansando anche le comitive di asiatici, gli appostamenti delle comunità indiane, business men che corrono di qua e di la con ventiquattrore e dieci smartphones senza guardare dove vanno. il tutto nel minore tempo possibile, senza cercare di far cadere nulla per poi arrivare e scoprire che devi fare una coda infinita -again- per un altro check-in -again-. E perchè no, un tuo bagaglio a mano pesa anche troppo e te lo spediscono (ma gli occhi dolci funzionano sempre per non pagare il terzo bagaglio). E già si prospettavano dodici ore di viaggio senza nemmeno libro da leggere, o yearbook, o caramelle gommose americane. Per consolarsi rimaneva una sola cosa da fare: in missione da Haagen-Dazs. SETTE FUCKING DOLLARS per una FUCKING coppettina piccola di sorbetto al lampone. finire gli ultimi dollari in aeroporto è stato dunque molto facile. L'aereo era un bestione a due piani, ma non intendendomi di ste cose non riesco a darvi dettagli specifici tipo "era un boingqualcosa777". immaginatevi solo che in coda ci saranno state più di ottocento persone . E io sempre con le mie cinque maglie e le mie bagattelle. Dai, finalmente sull' aereo. NO. eh eh. mai dire le famose parole. Il mio posto era in mezzo a due carissime signore: una era una tizia araba, cicciona che non parlava inglese e per dodici ore ha bevuto solo scotch e rideva da sola -e non piano- guardando film di bollywood. E l' altra una vecchia tedesca acida che ho scoperto solo quattro ore di volo non essere un tedescO acidO. già. E lei continuava a tirare schienate al sedile per far star buono il bambino dietro che piangeva in continuazione. E avrà bevuto almeno cinque bicchieri di vino ogni ora, insultando in tedesco la hostess ogni volta che passava. Da mettere in conto poi sono anche l' ipod scarico e le cuffie della Lufthansa che non sono omologate per l' aereo su cui stai viaggiando e quindi si sente a malapena. Sì. sono esattamente questi i momenti in cui ti chiedi se l' esperienza più bella della tua vita ne è valsa la pena. Comunque poi sono arrivata a malpensa dopo l' aereo preso a Frankfurt e tutto è andato bene: niente valige perse, niente cuscini a forma di unicorno sequestrati, e solo un paio di lividi da vicina tedesca incazzata inside.
Il momento migliore è stato cercare di far sorridere i miei genitori e la mia migliore amica che piangevano al di là della security che ti guardano andare via. avrò la loro faccia sorridente e piena di lacrime stampata in testa per il resto della mia vita quando ho chiamato loro (e ovviamente si è girato tutto l' aeroporto di Bakersfield -che era appunto un po' troppo affollato per essere veramente tutti quei venti metri quadri di aeroporto) e ho urlato un bel "fuck off". Gli addii non sono mai facili, ma i sorrisi lo sono un po' di più.
Ho fatto in tempo a varcare la soglia della grigia Torino che doveva per forza piovere. voglio dire, dopo  un anno nel deserto dove avrà piovigginato due giorni su undici mesi di permanenza, Torino mi accoglie così. con quell' odore di pioggia e smog che proprio mi mancava. 

E ora sono trentanove giorni che sono qui. qualche volta mi sembra di non essere mai partita, come se l' america fosse stata un sogno e ora mi sia svegliata. un sogno un po' rivelatore che mi ha cambiata. uno di quei sogni che ti fanno riflettere un po' mentre sei ancora avvolto nelle lenzuola. uno di quei sogni che ti sono sembrati lunghi giorni, e che ti ricordi anche abbastanza bene. e poi più ci pensi e ti sforzi, più ti ricordi. 
Appena tornata a casa mia mi sono sentita non a casa. tutto piccolo e claustrofobico. un bagno che non era il mio bagno. un letto che non era il mio letto. E le persone. persone che non conoscevo più. amici che non erano più amici.
Il ritorno è difficile. soprattutto tornando da un posto dove la vita era 'perfetta'.
Sono tornata e mi sono ricordata di come tutti qui giudichino prima di conoscere e capire. Mi sono ricordata di come per essere figo devi essere un radical chic intellettuale. e mi sono ricordata di come bisogna ascoltare solo indie rock. 
In America non sono tutti così superficiali come la maggior parte delle persone pensa. Non ti giudicano per una cover del telefono rosa, o non ti giudicano per la musica che ascolti.
Qui siamo pieni di pregiudizi. e pieni di maschere. come quella del perenne intellettuale. e quella maschera non è meno superficiale di uno che ascolta Nicki Minaj.

Tra l' altro. ci tengo a mettere in chiaro che tutti i miei precedenti posts non erano un esaltazione dell' america, nè una denigrazione dell' italia. erano semplicemente un essere un po' critici verso la realtà.

Se finissi qui il mio post, non lascerei comunque le giuste impressioni. tornare non è stato uno delle cose che sicuramente avrei fatto spontaneamente; ma ammetto che mi ricordassi qui peggio di come in realtà è. Insomma le serate in giro, vedere i portici illuminati in piazza vittorio, poter bere con gli amici, andare a ballare.. sì, mi mancava un po' tutto. e poi fare un po' i cazzoni senza pensare a regole di varie associazioni del cazzo. e poi 'l interesse. inter-esse. non solo per il fare, o il teatro e tutte quelle belle cose americane. ma l' interesse per il sapere. oggi studiavo filo e mi mancava. uno degli ultimi giorni di scuola prendevo appunti di storia della fioretta. anche quello mi mancava. certo non mi mancherà a settembre quando riprenderò la vita da studente da sei ore di scuola / sei ore di studio a casa. ma ho appena vissuto l' anno più bello della mia vita. e penso che ora sia un po' l' ora di vivere un altro anno più bello della mia vita. con i miei amici qui, con la mia famiglia. perchè se c'è qualcosa che ho imparato e che nessuno ci da indietro il tempo perso.
E andate per un po' di tempo da qualche parte. mettete quel naso un po' fuori dalla vostra realtà. E poi tornate. E poi parleremo.



martedì 12 marzo 2013

n'uovo nove

ochei allora qui c'è un sacco da ketch-uppare! il fatto è che qui la vita è diventata tutta un po' un' abitudine e in una small town di quattro anime e dieci fastfood e trecentomila kilometri di deserto non può accadere nulla di veramente sconvolgente (a parte la figlia del cugino dell' amico della fidanzata del ragazzo che frigge le patatine da Mc Donald dalle 4 alle 8 di mattina che è rimasta incinta). A proposito di questo ultimo hot topic, ovvero di pregnant women, l' altro giorno sono andata ad una baby shower, ovvero una festa per un bambino. sì, un bambino ancora nella pancia. Si dev' essere divertito abbestia sta creatura. ma a parte questo, la mamma ha un anno in meno di me. In pratica mi sono presentata a sta festa aiutando mia mamma, che la organizzava, e mi trovo la mia compagna di US History di qualche mese fa che aveva smesso di andare a scuola, con un gonfiabile al posto della pancia. Ma vabè. la festa era ad un ristorante tutto decorato con cose con bebè e fiocchetti e animaletti, i giochi erano tutti fiocchetti e animaletti e avevano premi. E i partecipanti erano tutti over 50. per non parlare di come erano tutti impegnati quando la bisnonna di 89 anni doveva mimare il pannolino e tutti dovevano indovinare.

-Questo paragrafo l' avevo scritto a fine Gennaio e non ho mai finito il post. Ora, svaccata sul divano da vera americana, direi che è arrivato il momento di scrivere un po' cosa succede qui attorno.-

Comunque, a parte sconvolgenti novità come queste, ormai tutto è un abitudine: la sveglia, la scuola, i crediti, test a crocette, scantrons, teatro, l' inglese, la palestra, deserto, niente tredici o cinque o GTT, niente Gioberti, cielo grande, stelle tutte le sere, Fahrenheit e non Celsius, inches e yards e non centimetri e metri, pounds e non chili, walmart e Stater Bros non Carrefour. Carrefour.. mi ero anche dimenticata della sua esistenza. come pensare al Carrfour quando qui alle undici di sera esci in pigiama e ciabatte, prendi la macchina con una tua amica, spari la musica, prendi una "pizza" (eh, quella non l' ho dimenticata, altro che il mattone americano) e vai da Walmart sparandoti scaffali di make up per almeno mezz'oretta per poi comprare le sour straws (le  caramelle più plasticose e industriali dopo le Red Vines) e i nuovi tipi di OREO con triplo strato di crema che non puoi assolutamente non assaggiare.
E tre l' altro mancano TRE MESI. Questa è la cosa che mi terrorizza di più. Qui la vita è estremamente più semplice sotto tutti i punti di vista: la scuola ha sei ore, sì, ma con sei minuti di pausa dopo ogni period, e una pausa pranzo di un ora, dove la gente guida e va ovunque. già tutti guidano. e poi a scuola si fanno test tutti i giorni, a crocette e corretti dal computer, il libretto dei voti è online ed aggiornato ogni ora dai professori ed è tutto a percentuali (non tipo "e direi che tu sei da sette più.. e tu da otto meno meno". cioè no ma seri?! siamo nel 2013.); si studia con power points e video e appunti, si fanno progetti e ricerche. E poi la vita è più facile a casa: dal garage in ogni singola casa senza impazzire e lottare per un parcheggio largo mezzo metro, fino all' asciugatrice. Andare da Walmart (vabè, quasi che sto post lo dovrei chiamare "Walmart" o "Camilla e il adorazione di Walmart", ma vi giuro. è fantastico) e trovare tutto quello di qui si ha bisogno e soprattutto quello di cui non si ha bisogno, senza dover girare nove negozietti e non essere nemmeno soddisfatti. La politica è anche più facile, così che sai esattamente cosa votare, cosa seguire, cosa suopportare: Obama o Romney, non PD, PDL, SEL, CD, LIE, PP, LN, SC, UDC,M5S, MAIE, USEI  e mille altri partiti. Trovare un lavoro è più facile. Guidare è più facile; altro che mille rotonde, semafori, code e traffico, parcheggio e multe. Realizzare i sogni è più facile.
Stando qui mi sono resa conto di quanto siamo indietro in Italia. Le scuole sono come le ricordano i nostri genitori, nemmeno ritinteggiate e basate solo sulla cultura. si perchè in America nessuno avrà sta grande cultura, ma qui tutti sanno FARE: a quattordici anni, gente che fa lo stage manager, disegna le luci per gli spettacoli, lavora con costumisti, gente che cuce, gente che balla, gente che canta; persone che ottengono borse di studio giocando a football, basket o baseball, gente che ripara le macchine e gente che costruisce pezzi di computer. Tutto al liceo. Perchè sì, magari io so anche di Platone, Aristotele, Dante e Petrarca, ma cosa so fare io?! con una cultura e non con due gambe. la domanda è: sappiamo andare da qualche parte? Più ci penso è più mi sembra che l' Italia non ce la farà mai ad andare avanti. L' Italia e gli Italiani. un paese di un popolo che parla e discute e non conclude mai nulla.
A scuola c'è chi parla di college, chi ha la borsa di studio, chi tra poco si trasferirà, chi si sposa nell' estate, chi ha trovato un lavoro, chi andrà ad X-Factor, e chi si prende l' anno sabbatico per fumare maria con gli amici. E poi ci sono io. Io che devo tornare a Malinconia, dove ci sono, sperando in bene, solo le mie radici. Dove mi aspetta ancora un anno di liceo nonostante io qui mi diplomi. Dove però ancora qualcuno che mi aspetta c'è.


E alla fine perchè no Elvis? sta canzone mi si è ficcata nel cervello a furia di cantarla per il musical di primavera. Ed ha proprio un bel testo che calza a pennello, o that fits the bill.


There must be lights burning brighter somewhere 

Got to be birds flying higher in a sky more blue 
If I can dream of a better land 
Where all my brothers walk hand in hand 
Tell me why, oh why, oh why can't my dream come true